Piero COSA – BASTIAN

Piero COSA nacque a Fossano-CN nel 1908; studiò da geometra, impiegandosi poi nel Genio Civile di Cuneo. Sottotenente degli Alpini, nel 1936 partecipò alla Guerra d’Etiopia. Durante il secondo conflitto mondiale partecipò con la Divisione Julia alla campagna di Grecia sul fronte albanese, con il grado di Tenente e poi di Capitano. E’ indicativo della sua personalità il fatto che una volta fu deferito al Tribunale Militare per aver distribuito, senza autorizzazione del Comando, alla sua Compagnia affamata, le “razioni K”, riservate a casi di estrema urgenza. Dopo l’8 settembre 1943 rientra a Fossano e, per sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi, sale a Chiusa Pesio-CN, dove organizza un primo gruppo di Partigiani, con i quali partecipa a numerose azioni ed alla Battaglia di Pasqua (Aprile 1944). Il suo nome di battaglia era “BASTIAN” (come il famoso Bastian Cuntrari, Capitano di Ventura di Castelvecchio di Rocca Barbena-SV), ribelle per definizione. Piero-BASTIAN partecipa alla costituzione delle Formazioni “R”, considerate autonome politicamente rispetto a quelle “Giustizia e Libertà” di Ferruccio PARRI, con le quali erano tuttavia inquadrate nel 1° Gruppo Divisioni Alpine (come Brigata Autonoma “Rinnovamento”), che operavano nelle Langhe e sul confine con la Liguria al comando di Enrico MARTINI detto “Mauri”. “MAURI“ era un “badogliano” ed i suoi uomini, perlopiù ex militari, si distinguevano per una certa indipendenza dal Comitato di Liberazione Nazionale e per la fedeltà al Governo del Regno del Sud ed agli Alleati. Antifascismo e rifiuto del comunismo accomunavano le formazioni di “Giustizia e Libertà” alle forze “Badogliane”, ma è approssimativa la letteratura ligure quando accomuna nella dizione di “Badogliani” tutti i Partigiani piemontesi, repubblicani o monarchici, socialisti o liberali che fossero.

Il CAPITANO COSA era il più onesto, coraggioso ma non temerario. Preferiva la ritirata al massacro. La sua era la tattica del “mordi e fuggi”.  La sua Banda rappresentava un modello di lotta partigiana molto raffinato, duttile, elastico, che “anteponeva l’etica al furore della guerra”. Piero era in grado di radunare velocemente i suoi uomini e disperderli con altrettanta rapidità. Non era assetato di sangue nemico né di gloria. Non voleva stragi per vendetta o ritorsione. Non mandava allo sbaraglio i suoi. Preferiva restituire alle mamme i loro figli sani e salvi, piuttosto che straziati, lasciati a terra per spregio o impiccati e appesi ad un palo per monito. Sapeva usare l’astuzia, quando la forza ed il coraggio non erano sufficienti. Rispettava i prigionieri, non estorceva loro informazioni con sevizie e torture. Li usava principalmente come “merce di scambio”. In combattimento era il primo ad esporsi al pericolo, l’ultimo a ritirarsi. L’ultimo a dissetarsi ad una fonte dopo un’estenuante marcia e a prendere il cibo. Non voleva che i suoi Partigiani passassero per “rubagalline”. Nelle formazioni di Piero COSA funzionava un Tribunale Partigiano presieduto dall’amico fraterno avv.Dino GIACOSA ”giudice coscienzioso e di estrema rettitudine”. La sua forza morale era alimentata dalla fede. Nelle sue formazioni accolse tre giovani “Partigiani di Cristo”: don Pietro SERVETTI, don Giuseppe BRUNO (che stampava clandestinamente il foglio d’informazione patriottica “Rinascita d’Italia”, utilizzando la famosa ”Pedalina”, piccola e vecchia macchina tipografica), don Aldo BENEVELLI (che organizzò con lui e con Dino GIACOSA il Servizio Segreto “X”, grazie al quale si ebbero i primi aviolanci in Alta Val Pesio da parte degli anglo-americani).

Piero COSA

Finita la Resistenza, la prima preoccupazione del CAPITANO COSA fu quella di costruire, nel 1946, un cimitero-mausoleo per dare degna sepoltura a 239 partigiani delle sue Formazioni “R”: il Sacrario Partigiano presso la Certosa di Pesio. Istituì altresì un Ufficio di Assistenza Partigiana per il disbrigo di pratiche concernenti caduti, mutilati, orfani, vedove, per trovare un lavoro a coloro che, per il bene comune, avevano messo a repentaglio la loro vita. La sua presenza era ritenuta scomoda dai “padroni della resistenza”. Non ottenne da parte del Ministero il riconoscimento giuridico ed economico del suo periodo partigiano (“Purtroppo i debiti di riconoscenza sono tra quelli che presto cadono in prescrizione”). Così, nel 1955, emigrò con la famiglia (era sposato con la Partigiana Francesca GERBOTTO) in Colombia, dove starà 24 anni, gestendo un distributore di benzina, prestando servizio di volontariato per la Diocesi e dove divenne Console Onorario. Nel 1979 tornò in Italia. Nel 1987 gli fu conferita l’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana. Fu Presidente dell’Associazione Partigiana ”Ignazio VIAN” (affiliata alla Federazione Italiana Volontari della Libertà-FIVL). Per inciso, Ignazio VIAN, già maestro elementare veneto, Guardia di Frontiera a Boves-CN durante la guerra, rifugiato in montagna con 150 uomini dopo l’8 settembre, caduto in mano tedesca, per non aver parlato, fu impiccato e lasciato appeso ad un albero per una settimana dal “Boia di Boves” Rainer BUSCHMAN, noto per le sue “lezioni di terrore”.

Ignazio VIAN

Piero COSA morì a Villanova Mondovì-CN il 5 novembre 1996 all’età di 88 anni ed è sepolto a Chiusa Pesio-CN, dove il Comune gli ha dedicato una piccola piazza.  (FIG.N – Il Capitano Piero COSA) (FIG. FIG. O – Ignazio VIAN)